L’impatto del digitale sulla riduzione delle emissioni è pari a quello delle energie rinnovabili: la ricerca di Ambrosetti e Microsoft

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L’impatto del digitale sulla riduzione delle emissioni è pari a quello delle energie rinnovabili: la ricerca di Ambrosetti e Microsoft

Il Covid ha dato un’enorme spinta alla digitalizzazione, soprattutto in Italia, e questo si sta riflettendo su numerosi aspetti: aumenta la produttività e la competitività delle imprese e diminuisce l’impatto sull’ambiente. Microsoft ItaliaThe European House – Ambrosetti hanno analizzato l’impatto del digitale sulla sostenibilità e l’inclusione sociale e pubblicato i risultato in uno studio intitolato Digitalizzazione e sostenibilità per la ripresa dell’Italia. 

La trasformazione digitale aumenta la produttività

In Italia le iniziative per la digitalizzazione dei processi e delle imprese sono andate a rilento negli ultimi anni, ma la spinta data dalla pandemia ha convinto numerose aziende a premere l’acceleratore sulla trasformazione digitale per risultare competitive e l’impatto è stato evidente. 

Le realtà italiane digitalizzate, rispetto a quelle che non hanno ancora intrapreso percorsi di digital transformation, hanno avuto infatti un incremento di produttività del 64%, un risultato anche superiore alla media europea del 49%. Questo aumento di produttività, però, ha un impatto positivo anche sull’ambiente, tanto che lo studio stima che tra il 2020 e il 2030 il digitale in Italia contribuirà ad abbattere fino al 10% delle emissioni rispetto ai livelli del 2019. Un impatto pari a quello incrementale delle energie rinnovabili. 

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I motivi sono molteplici: da un lato c’è la riduzione degli spostamenti imposta dal Covid che ha spinto il lavoro a distanza. Ma a pesare maggiormente è stato l’efficientamento dei processi e, soprattutto, il rinnovamento dei prodotti in ottica sostenibile. Le aziende non si sono limitate a ridurre i loro consumi continuando a produrre come in precedenza ma, in molti caso, hanno abbracciato il concetto di economia circolare, riducendo gli sprechi e cambiando proprio l’approccio alla produzione. 

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Ma per avere un impatto ancora più significativo nell’ottica di ridurre le emissioni di CO2, non basta guardare al proprio giardino e bisogna allargare la propria visione di sviluppo sostenibile all’intera filiera. Come ha fatto Microsoft, che ha posto degli obiettivi specifici in termini di riduzione delle emissioni ai partner: chi vuole continuare a collaborare col il colosso di Redmond, insomma, deve condividere la sua visione sull’ambiente.

Si nota però una grande differenza fra le aziende di grandi dimensioni, più propense a investimenti per la digitalizzazione, e le PMI. Solo il 47% delle piccole e medie imprese considera la sostenibilità un caposaldo della propria missione, contro il 67% delle grandi aziende. Pur investendo meno sulla trasformazione digitale, però, le PMI concentrano i loro sforzi sulla catena di approvvigionamento, oltre che nella . Un aspetto, quest’ultimo, che ha colpito gli autori dello studio, che non si aspettavano questo risultato.

Il greenwashing esiste, ma ci sono modi per combatterlo

Alla presentazione dello studio è intervenuta anche Silvia Candiani, amministratore delegato di Microsoft Italia, che ha ammesso come non manchino casi di greenwashing, in cui le aziende vantano risultati ottimistici pur non riducendo in maniera significativa le loro emissioni. Ma questo è un problema che può essere superato introducendo standard condivisi per valutare in maniera oggettiva i risultati. Senza la misurazione degli impatti, sarà infatti impossibile trasformare il minor impatto ambientale o sociale in un vero e proprio vantaggio competitivo degli operatori più virtuosi. 
“Siamo in un momento unico dove le opportunità di colmare i gap e ritornare a crescere ponendo le basi per un futuro migliore per il nostro Paese sono davanti a noi. Serve un impegno corale e condiviso dal mondo pubblico e privato per realizzare il Digital Restart dell’Italia” ha commentato la Candiani.

Il digitale favorisce l’occupazione e l’inclusione

Oltre ad avere effetti positivi sull’ambiente e spingere verso la decarbonizzazione, la digitalizzazione supporta l’inclusione sociale: dall’indagine condotta su un campione di oltre 200 aziende italiane emerge che le nuove forme di lavoro a distanza (63,7% del campione) e di collaborazione (59% del campione) sono state indicate come le principali leve attraverso cui il digitale può contribuire alla sostenibilità sociale.

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Le tre proposte ad aziende e policymaker

Lo studio si conclude con tre proposte destinate alle imprese e a chi deve elaborare le politiche ambientali. 

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Abilitare il diritto/dovere alla formazione digitale attraverso un “new Deal” delle competenze. Il nostro Paese soffre più di altri la carenza di competenze. Solo il 42% degli adulti possiede competenze digitali di base, contro una media europea del 57%. La formazione, insomma, è la chiave per poter crescere. 

Sancire il diritto universale al digitale come leva di inclusione sociale e riduzione delle disuguaglianze. La pandemia ha accelerato il numero e l’importanza degli interventi per colmare il digital divide, offrendo nuove possibilità a zone periferiche o economicamente meno dinamiche. La remotizzazione del lavoro, però, potrebbe dare una spinta anche a queste aree. 

Individuare standard condivisi per misurare l’impatto delle aziende tra i molti esistenti. L’impegno non basta e per valutare l’impatto sull’ambiente e sulla società delle iniziative delle imprese, è fondamentale misurarlo con precisione, appoggiandosi a standard condivisi e oggettivi. 

“Il contributo che la digitalizzazione può portare al raggiungimento della sostenibilità delle comunità e dei territori è da tempo al centro del dibattito scientifico e politico, oltre ad avere un ufficiale riconoscimento nella recente strategia europea ed italiana per la ripresa e la resilienza. Tuttavia, una specifica quantificazione dell’impatto che questa rivoluzione ha, o potrebbe avere, sul Paese, nel campo della ripresa economica, della inclusione sociale e della lotta al cambiamento climatico, non era ancora stata realizzata. Uno dei principali pregi dello studio è proprio quello di aver portato alla evidenza pubblica questi dati, sottolineandone la forza e l’urgenza, nell’anno in cui l’Italia ha assunto la presidenza del G20 ed il negoziato sul clima di COP26 rivedrà i target dei precedenti accordi realizzati a Parigi, affinché siano colte le opportunità offerte dagli attuali finanziamenti messe a disposizione dal PNRR, in maniera responsabile e strategica”, ha commentato l’advisor scientifico dell’iniziativa Patrizia Lombardi, Prorettore del Politecnico di Torino; Presidente della Rete Italiana delle Università per lo Sviluppo Sostenibile.

Fonte: http://feeds.hwupgrade.it/

 

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