Facebook non può dichiararsi gratuito secondo il Consiglio di Stato

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Facebook non può dichiararsi gratuito secondo il Consiglio di Stato

Nell’agosto 2019 Facebook rimosse la dicitura “è gratis” dalla pagina di iscrizione: sembrava un’ammissione di quello che molti già sapevano, specie dopo lo scandalo Cambridge Analytica, ossia che un pagamento in realtà c’era, ed erano i dati personali condivisi degli stessi utenti, usati dal social per migliorare i propri servizi e soprattutto permettere ai partner pubblicitari di raggiungere una platea più ampia e “targettizzata”.

Dietro alla rimozione del termine “gratis” in realtà c’era molto di più, una battaglia in cui si è dovuto inserire persino il Consiglio di Stato. Come riportato dall’Agenzia DiRE, con una sentenza del 29 marzo il Consiglio di Stato ha “respinto il ricorso presentato dalla divisione irlandese del social network sul provvedimento di Agcom, già impugnato di fronte al Tar del Lazio, ribadendo che un servizio che sfrutta i dati personali per il proprio business non può sostenere che tale servizio sia totalmente gratuito“.

Facebook non può quindi in alcun modo dichiararsi gratuito. “La sentenza dello scorso 29 marzo non solo conferma l’ingannevolezza del messaggio agli utenti consumatori (convalidando così la piena sanzionabilità del comportamento ingannevole di Facebook Ireland), ma di fatto statuisce che lo sfruttamento dei dati personali per finalità commerciali comporta, inevitabilmente, l’applicazione della normativa europea in ambito di protezione dei dati personali e quindi il GDPR, oltre alla disciplina attinente al diritto del consumatore”, scrive l’Agenzia DiRE.

Secondo Andrea Lisi, presidente di Anorc Professioni e legale esperto in diritto dell’informatica, la vicenda giudiziaria aiuta a inquadrare il fenomeno, ma rimane una “goccia nell’oceano” a fronte di molti interrogativi che circondano le piattaforme social, sempre più potenti. “Un trattamento di dati personali può essere corrispettivo di un servizio? Quali garanzie il fornitore dovrebbe rilasciare agli utenti? Come garantire i minori?”, sottolinea Lisi.

“La cosa certa è che gli utenti devono essere maggiormente consapevoli del rilievo giuridico-economico dell’adesione alle condizioni generali di contratto di queste piattaforme, di cui Facebook è solo uno degli esempi. Perché rischiamo ogni giorno di facilitare il commercio della nostra identità e ‘svendere’ così nostri diritti e libertà fondamentali”.

Una corretta e trasparente informativa, ad esempio, serve proprio a leggere e capire, dove vanno a finire le nostre informazioni più personali, come veniamo profilati e a quale scopo. “E per ottenere questa necessaria e generalizzata consapevolezza degli utenti di tali servizi occorre un’azione coordinata tra le diverse Authority competenti – a tutela del mercato e a tutela della protezione dei dati personali – a livello europeo”.

“Del resto, dietro questi interessi si è mossa l’economia digitale in modo indisturbato sino ad oggi, nel silenzio di una politica purtroppo complice, anche solo per ignoranza, di tale involuzione del web che mette a rischio lo stesso nostro concetto di democrazia, come il caso di Cambridge Analytica dovrebbe averci insegnato”, conclude l’avvocato Lisi.

Fonte: http://feeds.hwupgrade.it/

 

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